Quando nasce una società di tennistavolo si realizza un sogno. E’ il sogno dei fondatori ma anche di tutti coloro che vi aderiscono e, con i loro vari mezzi, con le emozioni, le intelligenze, le volontà, si dirigono a farne parte. E’ un po’ come concepire in piena responsabilità una vita umana, che dovrà crescere e maturare e imparare a dare anche più di quanto riceve. Ciò significa che una società non può essere chiusa in se stessa, anzi ha il compito di rivelarsi ed aprirsi gradualmente ad un’opera di soddisfacente servizio sociale, e umano in senso lato.
Non è solo un fatto di sport crudo e semplice, un impegno agonistico di fisicità e di egoistiche conquiste, perché quello che deve animare tutto, fondamentalmente, è la reciprocità dell’atletica mentale, dell’esperienza, del gioco comune e solidale. Quindi soprattutto dovrebbe emergere dalla creazione di una società l’intenzione di dar luogo ad un nucleo vivo, produttivo, leale, disposto a mettere da parte ipocrisie e finzioni, così diffuse nel nostro tempo, per lasciare il campo -è proprio il caso di dirlo- ad una partecipazione pulita, lineare, umanamente apprezzabile.
Tutto questo sa di vera scuola, in cui anziani e giovani, maestri prestigiosi e allievi ben motivati, stiano insieme. Insieme. Certo, la giusta concorrenza, densa di ansia di migliorare e ottenere fermi risultati, deve essere una delle molle, dei trampolini. Unita alla voglia di ricavarsi uno spazio personale che generi e accresca l’autostima e spinga avanti, verso altre concretezze.
Tempo fa un vecchio giocatore disse “Il ping-pong unisce”: si riferiva a eventi strettamente suoi, che però tanti conoscevano, e cioè a divisioni all’interno, appunto, di società un tantino traballanti, a sciocche rivalità, a screzi che però dopo non troppo si conclusero con un buon fecondo abbraccio dinanzi ad un tavolo, una retina, racchette, una pallina: il tic-tac e lo spunto competitivo e, soprattutto, la voglia di giocare e riempire gli spazi giusti all’attimo giusto, di top e di taglio, di dritto e rovescio, ebbero la meglio. Uno dei tanti casi -quanti ne abbiamo visti !- in cui il tennistavolo è il sicuro vincitore. Una lezione.
L’A.S.D. TARAS TENNISTAVOLO vuole essere una società unita che unisce. Apre le porte a chi ha conoscenza più o meno profonda della tecnica e delle tattiche, ma specie a chi ha voglia di apprendere sempre nei movimenti, nella tenacia, nella opportuna sofferenza: per vincere, non soltanto i set. Nasce giovane per i giovani che amano questo sport per averlo visto giocare dagli amici, dai propri padri. Nelle parrocchie, nelle salette della periferia. Nasce adulta ed esperta poiché non le mancano le strategie di organizzazione e di dedizione dei meno giovani e più addentrati in questa attività. Il tennistavolo è, e lo sappiamo bene, uno sport povero: nel senso che difficilmente dà da mangiare, da costruire un avvenire autonomamente prospero; anche, però, nel senso che ci vuol poco per frequentarlo, perché i ragazzi possono avere in dono ad un compleanno -il più presto possibile: è meglio-, da papà, una racchetta che potranno cambiare una volta compresa la propria tendenza di gioco. Ma è uno sport intensamente ricco, soprattutto di possibilissime ed auspicabilissime soddisfazioni: sul campo, in allenamento, in torneo, nei campionati. Ancor più nel conoscere e sviluppare le capacità soggettive, individuali per non deludere e non deludersi. La sua ricchezza è nutrita di passione.Questa è una società certamente di appassionati, che mettono in comune quello che sanno e che sognano per dar luogo ad un organismo attivo, dinamico, puntuale, rispettoso ma anche da rispettare. La finalità è quella dell’accoglienza, dello spirito di squadra, dell’applicazione seria, della democratica vicendevole cordialità. Passione, dicevamo: senza di essa il tennistavolo -come gli altri sport- non ha valore e vigore e neanche facilità di esistenza. Ma c’è, ce l’abbiamo -lo sappiamo-, ed è bella e forte.
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